venerdì 30 dicembre 2016

Le responsabilità dell'aver detto NO






Aver contribuito alla vittoria del NO allo scorso referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 ci ha caricato di grandi responsabilità. In particolare è grande il lavoro che attende noi autonomisti, che presidiamo la forma più alta di autogoverno e sovranità popolare, quella incarnata nelle autonomie sociali e territoriali.

Ci siamo incontrati presso il Circolo Lavoratori di Porta al Prato, in via delle Porte Nuove 33, a Firenze il 28 dicembre scorso con tanti altri comitati del NO della Toscana vicini agli ideali del Coordinamento Democrazia Costituzionale

Riceviamo e volentieri rilanciamo il comunicato stampa finale emesso dal coordinamento regionale. Il comunicato è stato redato da Francesco Baicchi, coordinatore regionale di questa rete di comitati, a cui noi afferiamo. Viene diffuso sulla stampa toscana da Leonardo Becheri, addetto stampa della stessa rete toscana di comitati del NO.

Segue il testo integrale.

* * *



Il comitato toscano per il No al Referendum: i comitati vanno avanti. Occhi puntati su referendum sociali e legge elettorale rispettosa della Costituzione.

Firenze, 30 dicembre. Il Coordinamento regionale dei Comitati toscani per il NO nel referendum costituzionale, riunitosi nei giorni scorsi, esprime grande soddisfazione per l’esito del voto del 4 dicembre, che ha cancellato il tentativo di stravolgere in senso centralista e presidenzialista l’impianto istituzionale della nostra Repubblica.

L’ampia prevalenza del NO, e prima ancora l’altissima partecipazione degli elettori e delle elettrici, hanno confermato l’attualità della Costituzione del 1948 e la volontà popolare di mantenerne la piena validità a garanzia del nostro sistema rappresentativo parlamentare. 

La capacità  degli elettori - dimostrata oggi come nel 2006 - di respingere col voto referendario i tentativi di stravolgimento della Costituzione non deve farci dimenticare che il permanere di meccanismi elettorali maggioritari imporrebbe almeno l’innalzamento della maggioranza richiesta dall'art. 138, innalzamento comunque auspicabile.

Anche la limitata vittoria dei sostenitori della ‘riforma’ a livello toscano (52,5%) non cancella la valutazione positiva, visto che nel corso della campagna referendaria la nostra regione è stata oggetto di particolare attenzione, con un enorme spreco di risorse finanziarie e di impegno profuso da Matteo Renzi e dal suo ‘giglio magico’ sul territorio. Un sincero ringraziamento va dunque alle toscane e ai toscani che hanno voluto difendere la sovranità popolare.

Inevitabile appare invece un giudizio negativo sui comportamenti successivi dei principali sostenitori della ‘riforma’, concretizzato nella riproposizione di un governo-fotocopia del precedente e teso a banalizzare l’accaduto confermando, con l’aiuto di una parte della stampa, sia le presunte aspirazioni razionalizzatrici che una visione ingannevolmente trionfalistica delle politiche del governo Renzi.

Vista la loro finalità di difesa della nostra Costituzione e di realizzazione dei suoi valori, i Comitati toscani ritengono dunque necessario proseguire la loro attività, come proposto dai direttivi dei comitati referendari nazionali, per svolgere nella nuova fase che si apre un ruolo di vigilanza attiva per il rispetto della volontà popolare e per il superamento della situazione di illegittimità di una maggioranza parlamentare frutto di una legge elettorale incostituzionale. 
 
Lanciano per questo un appello ai tantissimi giuristi e intellettuali che si sono impegnati nella campagna referendaria, affinché confermino la disponibilità a proseguire la loro collaborazione per una corretta informazione della opinione pubblica.

Fondamentale appare anche giungere finalmente ad una legge elettorale rispettosa dei principi costituzionali, che tenga conto delle valutazioni che la Corte Costituzionale ha già espresso nella sentenza n. 1/2014 e coerentemente non potrà che confermare il 24 gennaio nel giudizio sui ricorsi presentati contro l’italicum, ormai di fatto inapplicabile.

Una particolare rilevanza assumono, in questo quadro, il ritorno alla elettività dei consigli provinciali e gli strumenti di democrazia diretta già presenti (referendum abrogativi e leggi di iniziativa popolare), mediante i quali gli elettori potranno esprimere la loro volontà a fronte di un Parlamento di dubbia rappresentatività. Grave sarebbe qualunque tentativo di ostacolare l’esercizio di questo fondamentale diritto con artifici, quali quelli ipotizzati – fra gli altri - sul Jobs Act, sui quali chiediamo con forza che vigili il Presidente della Repubblica.


Il Coordinamento toscano dei comitati per il No nel referendum costituzionale






lunedì 5 dicembre 2016

Ora tocca a noi


Con il referendum costituzionale di ieri 4 dicembre 2016, abbiamo vissuto la vittoria del nostro piccolo Davide autonomista, libertario, sociale, contro il Golia del neocentralismo renzista.
A rischio di apparire enfatici, ci sentiamo di definirla una delle più grandi vittorie di una cultura autonomista, libertaria, sociale, nella storia d'Italia.
Ora sulle nostre spalle ricadono responsabilità ancora più grandi.
Festeggiamo, riposiamo, riflettiamo, prepariamoci.



Patrioti ANPI festeggiano
la vittoria del NO
in piazza del Comune a Prato
(5 dicembre 2016 -
foto diffusa via Whatsapp
dagli attivisti per il NO di Prato)

 








venerdì 2 dicembre 2016

Votiamo NO in difesa della nostra terra


Grazie alle Mamme No Inceneritore per la bellissima manifestazione di ieri, giovedì 1 dicembre 2016, in piazza della Repubblica a Firenze. Votiamo NO in difesa della nostra terra, del nostro stile di vita, dei nostri servizi pubblici, delle nostre autonomie locali.



domenica 27 novembre 2016

Un'altra cialtronata


A pochi giorni dall'orribile plebiscito che ha avventatamente imposto al paese, il governo Renzi-Delrio-Boschi-Madia è stato bocciato dalla Corte Costituzionale per aver invaso, per l'ennesima volta, la sfera di competenza delle autonomie locali.
La legge delega Madia, quindi, non è solo una lista pasticciata di slogan, compilata per dare al governo il potere di produrre altri decreti delegati confusi se non oscuri. E' anche incostituzionale.
La risposta del premier? La Corte Costituzionale è burocrazia, levatemela di torno, votando "Sì".
Aggiungiamo anche una nota su uno dei temi che sono stati bocciati: l'invasione del governo nell'ordinamento dei dirigenti degli enti e delle aziende locali.
Il tema dell'ordinamento della dirigenza pubblica, per un certo renzismo, si rivela sempre di più una ossessione interessata.
Ci promette la riduzione delle posizioni privilegiate degli "intoccabili" e intanto pone le condizioni per insediare una casta - ancora più larga, ancora più ricca, ancora più potente - di dirigenti che rispondano solo a Palazzo Chigi.
E' evidente che il problema, ancora una volta, non sono le (forse) buone intenzioni - velocità, efficiacia, responsabilità del premier - ma la scivolosa e pericolosa realtà del centralismo.
Molti comuni italiani sono troppo grandi, non troppo piccoli.
Le macchine comunali nelle grandi città sono troppo verticali, troppo accentrate, troppo lontane dalle periferie.
Le nuove forme di province e di unioni di comuni sono troppo politicizzate e lontane dai cittadini.
Alcune regioni italiane sono troppo grandi.
Alcune delle aziende italiane di servizi pubblici si estendono su territori troppo vasti.
Troppo potere è già concentrato a Palazzo Chigi, ben oltre gli attuali assetti normativi e costituzionali.
Fermiamo questa deriva.
Votiamo NO.






martedì 22 novembre 2016

Riflessioni anticentraliste con Ignazio Marino



Questa giornata di martedì 22 novembre - Santa Cecilia! - con Ignazio Marino a Firenze, Campi Bisenzio e Prato, ci ha fatto conoscere meglio una persona in gamba, competente e - considerato come è stato trattato dai potenti e dai media - davvero incredibilmente privo di rancore, molto autocritico, mite.

Ci ha anche portato una enorme quantità di stimoli contro-egemonici e di riflessioni anticentraliste. Da studioso, da chirurgo, da senatore incaricato di studiare il sistema sanitario nelle sue 21 organizzazioni locali, da sindaco di Roma, Ignazio Marino, che pure non ha una cultura federalista o autonomista, ha toccato con mano e oggi denuncia i guasti del centralismo insensato che, con bulimia di potere, il governo Renzi-Delrio-Boschi-Verdini sta perseguendo.

Con Marino, discutendo del suo libro - "Un marziano a Roma" - e dell'attualità politica - il suo NO al referendum - abbiamo potuto riflettere su temi come:

- il disastro delle grandi aziende semi-private dell'acqua e degli altri servizi pubblici falsamente e impropriamente privatizzati, creando nuove insuperabili ingiustizie sociali e territoriali; ovunque si creano le cosiddette "super-utility" si allontano i servizi dai loro legittimi titolari, che sono i cittadini, oltre a cancellare posti di lavoro qualificati e centri di competenza dal territorio; competenze di cui poi si sente la mancanza nei momenti di crisi, in cui è messa alla prova la resilienza di un territorio;

-  il pluri-decennale attacco normativo e finanziario all'autonomia dei sindaci e dei loro territori, sistematico da quando si sono saldati il rigurgito del centralismo statalista italiano e la dittatura europea dell'austerità; ai sindaci di oggi si sono lasciati margini di autonomia drasticamente ridotti, rispetto persino agli standard di cui godevano gli amministratori della precedente fase storica, prima delle riforme dei primi anni novanta;

- il tentativo di tener nascosta alla gente la verità che nessun sistema sanitario serio, che si fondi su elementi di prevenzione, di inclusione sociale, di assistenza capillare, può essere allontanato dal territorio, perché è un sistema politico e geopolitico, non una semplice somma di aziende o servizi; Marino ha bene spiegato come, con il neocentralismo, si finisce per penalizzare i sistemi che avevano raggiunto risultati migliori (come la Toscana), mentre si lasciano nell'irresponsabilità e nel degrado i sistemi che - a causa del clientelismo alimentato dallo stato - sono rimasti indietro (come la Sicilia); il centralismo ci riporterà al tempo delle mutue di classe e di corporazione e cristallizzerà le divisioni, le ingiustizie, gli sprechi;

- con l'affastellarsi di leggi sempre più confuse e di interpretazioni sempre più strumentali, Palazzo Chigi e i suoi prefetti stanno letteralmente ponendo fine alla certezza del diritto in Italia; questo, da parte di un premier che è stato sindaco e che aveva promesso di abolirli, i prefetti, è davvero duro da accettare; oltre al danno, la beffa;

- la cacciata di Marino (ma anche di altri sindaci, ormai) andando di nascosto a chiudersi da un notaio, invece che sfiduciarlo apertamente come prevede la legge (e come fecero, per esempio, i nostri ribelli toscani di Sesto Fiorentino), è un ulteriore segno di degrado centralista; si devono eseguire gli ordini dei vertici della propria fazione, ormai, e non c'è più un minimo di galateo istituzionale da rispettare; è un degrado vergognoso; i partiti sono diventati piramidi i cui faraoni capricciosi, se ritengono, possono imporre il loro volere senza più rispetto di alcuna procedura, senza tenere più in conto alcun principio di sussidiarietà; non c'è più nemmeno il senso delle proporzioni - persino un tipetto non certo umile e non meno prepotente di Matteo Renzi, tal Amintore Fanfani, lasciava più potere ai suoi segretari provinciali DC, ai suoi tempi.


Riportiamo qui una piccola cronaca essenziale di questa bella giornata:
- alle 16.30 alla casa del popolo Il Progresso, Marino ha incontrato la stampa toscana
- alle 17.30 ha parlato, intervistato da Marcello Mancini, con un folto pubblico nel teatro de Il Progresso
- alle 19,10 è stato intervistato via telefono da Controradio, da Domenico Guarino
- alle 20.00 è intervenuto all'apericena del Circolo Rinascita di Campi
- alle 21.30 ha parlato nella bella e grande sala del circolo Cherubini di Grignano a Campi, intervistato da Brunello Gabellini

Presto pubblicheremo una piccola rassegna di foto!



mercoledì 16 novembre 2016

Un marziano in Toscana




Il prof. Ignazio Marino è a Firenze e a Prato, martedì 22 novembre prossimo, per Santa Cecilia. Fra le due tappe principali, troverà il tempo di partecipare anche a un incontro amichevole a Campi.

E’ una delle molte tappe del suo viaggio per l’Italia, nel quale presenta il suo libro “Un marziano a Roma”, commenta le vicende politiche del suo recente passato, si esprime sulle urgenze del momento e in particolare sul cruciale voto referendario del prossimo 4 dicembre.

Questa giornata toscana è stata resa possibile con l’aiuto di volontari attivisti del NO di vari comitati toscani, di Firenze, di Campi Bisenzio, di Prato.

E' stato invitato anche da noi toscanisti autonomisti, perché è stato la vittima di uno dei più violenti attacchi centralisti, statalisti, partitocratici degli ultimi decenni. L'ex sindaco di Roma è stato cacciato non da una sfiducia aperta nel senato capitolino, secondo le leggi e lo statuto di Roma, ma da una congiura dei suoi compagni di partito (il PD), nascosti presso un notaio.

Di seguito i dati essenziali sulle iniziative pubbliche previste e le locandine.

A FIRENZE
Casa del popolo “Il PROGRESSO” - Via Vittorio Emanuele 135
- ore 17.30 – conversazione pubblica, moderata dal giornalista Marcello Mancini

A CAMPI- ore 20.15 – partecipazione ad apericena al Circolo ARCI Rinascita in piazza Matteucci (incontro amichevole)

A PRATO
Circolo ARCI Circolo “Bruno Cherubini”
via Onorato Bambini n. 16, Grignano
- ore 21.30 – conversazione pubblica, moderata dal giornalista Brunello Gabellini

Contatti:
Mauro 3331449444 (Firenze)
Carla 3388794486 (Campi)
Claudio 3381942599 (Prato)
marzianoaroma@gmail.com

* * *


Marino a Firenze, ore 17.30





















Marino a Prato, ore 21.30










































giovedì 10 novembre 2016

Il grande NO


Un gruppo di lavoratori del comune di Firenze ha organizzato un bel sabato di fine ottobre (lo scorso 29-10-2016) un picnic molto particolare sulle colline, vicino al loro posto di lavoro - Per maggiori informazioni su questo flash mob contro la riforma Boschi-Renzi-Verdini visitate il sito https://www.facebook.com/diffondiamoilNO/.


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https://youtu.be/tKNHGmDgx5Q

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http://www.istella.it/it/home/maurovaiani/document/detail?document_id=5828a5391d7819e36983191c

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sabato 5 novembre 2016

No al podestà d'Italia


Da ormai un anno ogni evento felice o triste nel paese viene trasformato in uno spot in favore del "Sì" al plebiscito voluto dal governo Renzi-Delrio-Padoan, per imporre al paese la svolta neocentralista della riforma Boschi-Renzi-Verdini.
E' successo anche con il cinquantesimo anniversario dell'alluvione di Firenze, purtroppo.
Ogni volta che il presidente Renzi parla in pubblico, ormai, è un disco rotto che difende la sua idea di repubblica veloce, dove un unico centro di potere, Palazzo Chigi, decide tutto per tutti, dalla Val d'Aosta al Salento.
Firenze, in particolare, è trattata ormai una periferia di Roma, dove il presidente del consiglio si muove come se fosse il podestà d'Italia che visita una delle sue frazioni. Mentre è sempre più chiaro, dagli studi, dalle esperienze, dalla ricerca scientifica, che il territorio ha bisogno di custodi responsabili locali e di cambiamenti decisi al più basso livello possibile, il governo continua con la sua propaganda neo-nazionalista.
Si continuano a riproporre annunci mediatici su grandi opere concepite poco dopo l'alluvione del 1966, sorvolando sul fatto che - lo riconoscono anche i media di stato - non solo non si sa quando saranno terminate, ma che esse non sono lontanamente adeguate a proteggere un territorio antropizzato come è quello toscano di oggi, dagli effetti di una alluvione dugentennale.
Il neocentralismo non ha mai funzionato e anzi, storicamente, ha ritardato lo sviluppo sociale e civile dell'intera penisola, ma che importa? Chi si ricorda più degli studi autonomisti, federalisti, anti-colonialisti, di don Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci.
Le velleità veltroniane sul "sindaco d'Italia" si stanno trasformando in questi epigoni nella ben più preoccupante realtà di un potenziale "podestà d'Italia".
Dall'alto di un ministero romano, anche Firenze è una remota periferia e la Toscana un giardino di divertimento per ricchi e potenti.
Vanno molto bene come "location" per gli spot in favore del "Sì" e nessuno si metta di mezzo.
Si veda in proposito cosa si è escogitato per nascondere la tristezza e il grigiore dell'edizione numero 7 della Leopolda.La manifestazione "C'è chi dice NO a Renzi" è stata vietata in extremis dal questore di Firenze, impedendo così ogni possibile dialogo, un possibile spostamento del percorso, un ricorso.
Come era facile da prevedere, molti manifestanti hanno fatto una scelta di disobbedienza e le forze dell'ordine di Firenze sono state impegnate tutto il giorno in una insensata azione repressiva.
Solo grazie al maltempo e a tanto senso civico diffuso, questo scontro non ha coinvolto più gente e provocato guai più seri.
Si poteva evitare questa forzatura, che ha prodotto effetti aberranti, come la sospensione di tante altre attività cittadine, persino di innocui mercatini come la fiera di San Martino?
Forse sì, ma, ammettiamolo, la forzatura è stata funzionale a rafforzare il senso di contrasto fra il buonismo renziano al potere e il disordinato caos provocato dai pezzenti, dagli spostati, dai disoccupati, dai precari, dai senza casa.





sabato 22 ottobre 2016

Contro la precarietà della repubblica


Ieri, venerdì 21 ottobre, si è svolto lo sciopero nazionale promosso dalla USB e da altri sindacati di base e forze sociali. E' stato proclamato contro la precarietà, anche della repubblica. Allo sciopero sono collegate manifestazioni locali per il No al referendum del prossimo 4 dicembre. Oggi a Roma queste forze sociali e sindacali terranno un grande "NO Renzi Day".
Anche a Firenze ieri, scioperanti e manifestanti si sono ritrovati in piazza Beccaria e hanno marciato fino alla SS. Annunziata.
Una piccola manifestazione, ma piena di persone attaccate ai propri territori, alla autonomia, alla libertà.
Potete ascoltare il grande Stefano Cecchi, un punto di riferimento per il sindacalismo libero in Toscana, qui:


I lavoratori che lottano contro la precarizzazione, contro paghe di quattro euro l'ora o anche meno, contro le esternalizzazioni, contro le false cooperative, contro la corsa al ribasso di tutti i salari, sono mobilitati con grande energia anche per il NO al neocentralismo della riforma Boschi-Renzi-Verdini.
Tutte queste persone della Toscana (ma con la solidarietà che ci è stata portata da giovani attivisti del resto d'Italia e la solidarietà internazionale che ci è stata portata dalla Francia e da altri paesi), sono impegnate con serenità, con pacatezza, con ironia e autoironia, contro l'eterno ritorno della illusione del "decisionismo" di pochi, dall'alto, da altrove, sulle nostre vite e sui nostri territori.
Se volete ascoltare una sintesi emblematica di tutto ciò che ci minaccia, consigliamo anche di ascoltare questa testimonianza raccolta da Radio Radicale. E' la voce del ministro Ugo Poletti, intervistato da David Parenzo, al 31° convegno dei giovani di Confidustria. E' l'alfiere di una neolingua in cui si parla di decisioni rapide ma mai sagge, di più lavoro sempre più malpagato, di elemosine per alcuni degli esclusi purché ci diano in cambio il voto. Una promessa di minore indipendenza per tutti. Ascoltatelo qui, a questo link, a partire dal tempo 3h.56'.









Stefano Cecchi intervistato in piazza Beccaria a Firenze
venerdì 21 ottobre 2016

venerdì 14 ottobre 2016

Territori deboli, repubblica precaria



Riproduciamo qui un estratto di un importante articolo pubblicato sul numero 0 del settembre scorso 2016 di Diritti-Lavoro (pp. 40-48), una nuova serie di quaderni promossa dal Forum Diritti Lavoro della USB. Potete scaricare l'intera rivista direttamente dal sito della USB o da Istella.


GOVERNO FORTE, REGIONI DEBOLI
di Laura RONCHETTI

“...oltre le comunicazioni e
le professioni, la produzione,
il trasporto e la distribuzione
nazionali dell’energia nonché
le infrastrutture strategiche,
le grandi reti di trasporto e
di navigazione di interesse
nazionale.”

Riforma Renzi-Boschi: la centralizzazione dei poteriIl discredito che ha colpito le autonomie terri-
toriali negli ultimi anni rischia di condizionare pe-
santemente la riflessione sulla ennesima revisione
costituzionale del Titolo V della Parte II della Costi-
tuzione attualmente dedicato a “Le Regioni, le Pro-
vince, i Comuni”.
Per cogliere appieno il significato del Titolo V è
opportuno collocare gli articoli interessati (artt. 114-
133) nel tessuto complessivo della Costituzione. Il
rilevante numero di articoli coinvolti –per certi versi
sorprendente – spinge a chiedersi perché le autono-
mie territoriali occupino tanto spazio della e nella
Costituzione, suggerendo che si tratti comunque di
disciplina affatto minore, non secondaria, per l’inte-
ro ordinamento repubblicano.
Per rispondere a tale interrogativo è rilevante co-
gliere i nessi esistenti tra il Titolo V e Principi Fon-
damentali e la Parte I della Costituzione dedicata ai
Diritti e doveri dei cittadini. Tra questi ai nostri fini
assume centralità l’articolo 5 della Costituzione che
recita “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e
promuove le autonomie locali; attua nei servizi che
dipendono dallo Stato il più ampio decentramento
amministrativo; adegua i principi ed i metodi della
sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del
decentramento”.  In prospettiva storica può dirsi,
dunque, che l’articolo 5 ha avuto un primo svolgi-
mento con il testo originario della Costituzione, pe-
raltro attuato soltanto dal 1971 con la tardiva isti-
tuzione delle Regioni ordinarie; una seconda forma
attuativa con la complessiva riforma costituzionale
del triennio 1999-2001 e attualmente torna ad essere
oggetto di un ulteriore progetto di revisione costitu-
zionale promosso dal ddl Renzi-Boschi. 
È' opportuno domandarsi quale idea di autonomia
territoriale si sviluppi in queste tre differenti fasi nel
passaggio dal testo originario a quello attualmente
vigente, fino all’eventuale nuovissimo Titolo V. 

Il principio autonomistico e pluralismo  Con l’articolo 5 s’introduce, come immodificabi-
le, il principio autonomistico nella nostra Costituzio-
ne. Con questo principio si aggiungeva un ulteriore
tassello alla visione pluralista dell’ordinamento e
delle forme della convivenza che pervade l’intera
Costituzione. Garantire sfere di autonomia – dunque
di autodeterminazione, di autogoverno, di libertà, di
potere di darsi un proprio ordinamento – significa
riconoscere e valorizzare la pluralità, non solo dei
soggetti individuali, ma anche di quelle collettivi.
Tra i soggetti collettivi, oltre a quelli tipicamente
sociali, nel nostro ordinamento assumono un ruolo
chiave le autonomie territoriali, di cui appunto si oc-
cupa il Titolo V. Può, dunque, dirsi che tale Titolo
sia lo svolgimento sul piano territoriale del principio
supremo autonomistico. 
In altri termini più che le specifiche competenze
e funzioni, l’idea che sorregge il principio autono-
mistico risiede nella convinzione che le autonomie
territoriali non sono meri enti funzionali all’indiriz-
zo politico dello Stato ma enti esponenziali e rappre-
sentativi di una comunità in grado di esprimere un
indirizzo politico anche diverso da quello della mag-
gioranza politica che guida lo Stato.  Un’attività di
indirizzo politico proprio che soltanto per le Regioni
si svolge tramite la potestà di adottare di leggi, affi-
data alle assemblee rappresentative della comunità.
I nostri Costituenti, dunque, optarono per un re-
gionalismo politico, in cui il potere d’indirizzo po-
litico deriva, non dallo Stato, ma dalla comunità di
riferimento abbandonando l’alternativa funzionali-
sta delle la prospettiva che, invece, le considera meri
enti idonei a veicolare le risorse del territorio verso
obiettivi di settore, come ogni altro tipo di ente pub-
blico.
Sarebbe superficiale, dunque, ridurre il regiona-
lismo a mera questione di competenze legislative
quando, invece, è parte significativa del rapporto
complessivo che si crea tra la comunità politica e il
territorio, tra popolo e Repubblica. 
L’asse portante del principio di autonomia è sem-
pre la collettività che l’ente dovrebbe rappresentare.
Le istituzioni territoriali sono, quindi, strumenti di
partecipazione popolare all’esercizio del potere po-
litico. Per questo “la elettività di tali organi è princi-
pio generale dell’ordinamento” (Sentenza della Cor-
te costituzionale. n. 96 del 1968), principio oramai
messo in crisi dalla legge Delrio (l. 7 aprile 2014 n.
56) che ha soppresso l’elezione diretta dei Consigli
provinciali.
Tale principio generale dell’ordinamento come
vedremo è messo in discussione anche dal nuovo Se-
nato facendo sorgere interrogativi su quale visione
della rappresentanza politica la riforma costituziona-
le potrebbe contribuire a determinare.  
Le tante insufficienze, negligenze e nefan-
dezze addebitabili alle autonomie territoriali non
dovrebbero impedire di scorgere e riconoscere che
non di rado le esperienze regionali e locali hanno an-
ticipato importanti conquiste sociali (basti pensare al
diritto alla casa, ai consultori, ai centri antiviolenza o
al reddito di cittadinanza) e hanno sperimentato nuo-
ve forme della convivenza (dal co-housing alla fi-
liera corta nelle produzioni agricole, dalla ospitalità
diffusa all’ippoterapia). Talvolta hanno anche saputo
contrastare efficacemente una politica nazionale le-
siva dei diritti fondamentali, come ha riconosciuto
la Corte costituzionale. È importante in proposito ri-
cordare le leggi regionali che, di fronte al Pacchetto
sicurezza, hanno espressamente riconosciuto i diritti
fondamentali a tutte le persone presenti sul territorio
a prescindere, non solo dalla cittadinanza, ma anche
dalla regolarità del permesso di soggiorno.
Si tratta di un esempio lampante di come il con-
flitto tra indirizzo politico statale e quello locale pos-
sa creare quei pesi e contrappesi che sono considerati
garanzie costituzionali contro ogni tipo di tendenza
o tentazione accentratrice del potere. 
Il principio di autonomia diviene così “garanzia
di libertà contro ogni avventura autoritaria”, come
scriveva Crisafulli, ed elemento caratterizzante la di-
mensione democratica della Repubblica.
La Repubblica, inoltre, è il soggetto (complesso)
incaricato dalla Costituzione di attuare tutti i prin-
cipi supremi dell’ordinamento, dal promuovere la
cultura al diritto al lavoro, passando per quello che è
definito “il compito” per eccellenza, vale a dire per-
seguire l’uguaglianza sostanziale (articolo 3, com-
ma 2, Costituzione): nella loro qualità di enti inter-
ni alla Repubblica, quindi, le autonomie territoriali
compartecipano alla attuazione dei principi supremi
dell’ordinamento.
Le aspettative riposte nei Consigli regionali sono
state spesso deluse. Tra le cause di questa crisi dei
Consigli, tuttavia, rientra anche la riforma del Titolo
V intervenuta tra il 1999 e il 2001 che ha introdotto
un meccanismo istituzionale contraddittorio: da un
lato, si è fortemente potenziata la competenza legi-
slativa regionale, dall’altro, si è invece determinata
la marginalizzazione politica dei titolari della rela-
tiva potestà – i Consigli regionali – che sono sta-
ti esautorati dal nuovo ruolo del Presidente della
Regione, direttamente investito dalla comunità. La
conseguente crisi dei Consigli ha impedito ancora
una volta di valorizzare la politicità dell’autonomia
regionale intesa come attività di indirizzo politico
esercitata in maniera prioritaria attraverso la potestà
legislativa.
Con la revisione costituzionale in corso si è de-
ciso di ricentralizzare in capo allo Stato molte delle
materie attribuite alle Regioni nel 2001, mentre si
lascia intatta la forma di governo regionale che dal
1999 prevede lo scioglimento del Consiglio in caso
di qualunque motivo porti alle dimissioni (compresa
la morte) del Presidente della Regione. 

(...)

Quale autonomia, quale politicità?  È facile rilevare l’incoerenza della scelta
di trasformare il – comunque confermato –
bicameralismo per dare voce a livello statale ad
autonomie territoriali fortemente ridimensiona-
te.  Non convince la tesi di vedere nel nuovo Senato
una forma di compensazione della perdita di sfere
legislative in capo alle Regioni.
A fronte della perdita di garanzia costituzionale
della competenza legislativa delle Regioni è oppor-
tuno, dunque, domandarsi quale accezione del prin-
cipio autonomistico intenda perseguire la revisione
costituzionale in corso.
Per rispondere a questo interrogativo, oltre a guar-
dare alla quantità delle funzioni e delle competenze,
diventa dirimente interrogarsi sulla loro qualità, sul-
la loro natura. Oltre la significativa contrazione del-
le competenze regionali, dunque, deve rilevarsi che
nelle materie affidate alle Regioni si moltiplicano i
riferimenti alla mera programmazione e organizza-
zione, promozione e valorizzazione che sono intera-
mente riconducibili all’attività amministrativa dei
Consigli. Saremmo di fronte, quindi, a una definitiva
amministrativizzazione delle Regioni. 
La connotazione prettamente amministrativa del-
la legge regionale finirà per rendere più acuta la crisi
della politicità del territorio, non più pensato come
spazio politico della comunità ma concepito come
ente per eseguire obiettivi di settore.
Analogo scivolamento potrebbe coinvolgere il
Senato della Repubblica. La legge di revisione costi-
tuzionale, infatti, attribuisce alla seconda Camera la
valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività
delle pubbliche amministrazioni, nonché la verifica
dell’attuazione delle leggi, funzioni che si connota-
no chiaramente per essere attività di carattere tecni-
co-amministrativo e non certo di controllo e indiriz-
zo della politica nazionale, funzione rimessa a titolo
esclusivo alla Camera dei deputati.
La spinta verso la spoliticizzazione coinvolge,
dunque, entrambi i livelli di governo. L’ambigua na-
tura che le autonomie regionali sembrerebbero assu-
mere nella prospettiva della riforma è, infatti, stret-
tamente connessa l’anfibia natura del nuovo Senato. 
È difficile, infatti, cogliere il tipo di rapporto
rappresentativo che i cento nuovi senatori potranno
esprimere: liberi nel mandato tanto quanto i deputati
che continueranno a esprimere la fiducia al Governo,
i senatori selezionati dai Consigli regionali (al
loro interno e tra i sindaci) e dal Presidente della
Repubblica sono definiti “rappresentativi delle
istituzioni territoriali” (art. 57, comma 1). La circo-
stanza che i componenti del Senato non godano del-
la qualifica di “rappresentanti” suggerisce l’assenza
di un rapporto di rappresentanza e di responsabilità
politica dei senatori con le istituzioni territoriali. Se
questa interpretazione dovesse trovare riscontro, si
rischierebbe di avere, quindi, un nuovo Senato della
Repubblica autorappresentativo e autoreferenziale. 
Le trasformazioni delle sedi rappresentative, dun-
que, sembrerebbero trovare echi e parallelismi tra il
livello statale e quello locale dando forma alla crisi
dell’idea stessa dell’ente esponenziale rappresentati-
vo, crisi nella quale il territorio è pensato non come
spazio politico della comunità ma concepito nella
sua dimensione quantitativa amministrativizzata.
Sembrerebbe, quindi, in corso un ridimensionamen-
to della politicità delle autonomie territoriali e della
Camera che le dovrebbe rappresentare a favore di
una loro riscrittura in senso funzionalista. 
Non infondata appare, di conseguenza, la pre-
occupazione che le Regioni e con esse la Camera
che le rappresenta costituiranno un contrappeso de-
cisamente meno significativo al potere statale e in
particolare al potere del Governo. La connotazione
garantista del principio autonomistico, quale ele-
mento strutturale della dimensione democratico-co-
stituzionale della Repubblica, verrebbe fortemente
ridimensionata, modificando il modo d’essere della
Repubblica. Se tale cambiamento investirà soltanto
la portata normativa dell’art. 5 Cost., ovvero avrà ri-
cadute su tutti gli altri principi fondamentali della
Costituzione, è questione aperta. 
In passato non è mancato chi, come Ernesto Ra-
gioneri, abbia colto come la questione delle autono-
mie in Italia riemerga in tutti i momenti di crisi e di
passaggio perché espressiva anche dei “rapporti di
classe e di potere affermatisi in Italia dall’unificazio-
ne” in poi. Anche in questa fase il nuovo intervento
sulla forma di Stato regionale trova corrispondenze
con esigenze insite negli sviluppi delle forme di in-
terdipendenza a livello globale. La lex mercatoria e
le sue istituzioni spingono per il progressivo inde-
bolimento della dimensione politica degli enti terri-
toriali, sia di quello sovrano (lo stato) che di quelli
autonomi, a favore di una concezione funzionalista
dei territori intesi come mere proiezioni spaziali di
dinamiche socio-economiche, come semplici luoghi
della pianificazione economica e territoriale, se non
di mera competizione. 
Non deve sottovalutarsi che questa accezione
impolitica delle forme della convivenza continua a
trovare una forma di resistenza nelle Costituzioni
ancora vigenti (enfasi aggiunta dal nostro blog, ndr).

Con lo sviluppo dei fenomeni della
globalizzazione risulta sempre più evidente che, per
quanto siano depotenziati i limiti posti nelle Costi-
tuzioni democratiche – sotto forma garanzia dei di-
ritti e di divisione dei poteri –, la loro forma scritta
rappresenta tuttora un ostacolo al pieno dispiegarsi
della lex mercatoria.
Le Costituzioni della ‘periferia’ europea e tra
queste quella italiana – per usare le parole di un’au-
torevole istituzione della globalizzazione, la banca
JP Morgan nel suo Rapporto del 28 maggio 2013 – si
caratterizzerebbero, infatti, oltre che per “esecutivi
deboli; disposizioni costituzionali di tutela dei diritti
del lavoro; sistema di costruzione del consenso che
favorisce il clientelismo politico; il diritto di prote-
stare se modifiche non benvenute sono fatte allo sta-
tus quo”, anche “per Stati centrali deboli rispetto alle
Regioni”. 
La riforma delle autonomie locali, in effetti, rien-
tra già nelle politiche di condizionalità che si sono
travasate nell’ordinamento dell’Unione europea.
Basti ricordare che la lettera del 5 agosto 2011 ri-
volta all’Italia a doppia firma del Governatore della
Banca d’Italia e del Presidente della BCE – oltre alla
riforma pensionistica, al blocco del turn over, alla
riduzione degli stipendi pubblici, alla modificazione
della contrattazione collettiva – ‘invitasse’ a mettere
sotto stretto controllo, non solo l’assunzione di inde-
bitamento, ma anche le spese delle autorità regionali
e locali nonché espressamente ad abolire le Provin-
ce.
In questa direzione è possibile leggere, dunque,
non solo l’introduzione in Costituzione nel 2012 del
pareggio di bilancio che orienta anche il regionali-
smo italiano, ma la riforma Delrio che ha eliminato
la elettività diretta per i nuovi enti di area vasta che
hanno sostituito le vecchie province che, dunque,
non sono soppresse. È quindi possibile cogliere un
filo rosso tra queste riforme e la legge di revisione
costituzionale Renzi-Boschi.
Con queste osservazioni conclusive non si in-
tende affatto negare l’opportunità di ripensare – per
limitarsi a quel che in queste riflessioni rileva – il
rapporto tra lo Stato e le autonomie territoriali disci-
plinato dal Titolo V della Costituzione, soprattutto al
fine di rimediare agli errori commessi con le prece-

denti revisioni costituzionali (leggi costituzionali n.
1 del 1999 e n. 3 del 2001 e nonché quella del 2012),
quanto piuttosto di contestualizzare l’orizzonte di
senso dell’attuale progetto di riscrivere ancora una
volta una parte così significativa della Costituzione.

* * *


mercoledì 12 ottobre 2016

Speciale Ugo De Siervo


Per contrastare l'arroganza di un governo militante che tenta di imporci con una propaganda asfissiante la nuova costituzione Boschi-Renzi-Verdini, con la scusa della "velocità" e della "modernità", e anche per rimediare a delle vere e proprie lacune di alcune voci del NO, vale la pena di investire un po' di minuti nell'ascolto di uno dei pubblici intellettuali che si esprime con maggiore pacatezza e completezza contro la riforma, il presidente emerito della Corte Costituzionale, prof. Ugo De Siervo.

Qui il link alla sua nota intervista del giugno scorso sul canale La 7.

Qui la stessa intervista su Youtube:


* * *

Qui di seguito una registrazione più impegnativa, ma non meno preziosa, del prof. De Siervo, raccolta al Circolo Tre Pietre il 22 giugno scorso. Particolarmente significativi, nella seconda ora della registrazione, gli interventi preoccupati per l'insensato neocentralismo. Da ascoltare anche il preoccupato intervento del presidente del quartiere 4 di Firenze, Mirko Dormentoni (da 1h,18'), contro il neocentralismo.


giovedì 29 settembre 2016

La nuova costituzione renziana non è la soluzione


The Globalist ha accettato e pubblicato ieri un intervento del nostro blogger, Mauro Vaiani, dal titolo: "La nuova costituzione di Renzi: davvero è la soluzione ai guai italiani?". Un riconoscimento non da poco per chi lavora sodo per far conoscere i difetti della riforma Boschi-Renzi-Verdini.


Mauro Vaiani - l'attivista, blogger, studioso,
promotore di http://www.libertatoscana.eu



sabato 24 settembre 2016

Toscani insieme, verso la vittoria del NO


Abbiamo riunito alla Casa del Popolo di San Bartolo a Cintoia toscanisti autonomisti, anarchici, liste civiche, ribelli socialisti e liberali, in una assemblea pubblica convocata contro il neocentralismo di Renzi (e di Delrio), per il NO al prossimo referendum costituzionale sulla riforma Boschi-Renzi-Verdini. Non sono mancate le scintille, come è inevitabile fra buoni toscani, ma si sono ottenuti due obiettivi politici precisi: alcune correnti che erano orientate verso l'astensione, sono state sensibilizzate a votare e a votare NO; molti autonomisti che non si incontravano da una quindicina d'anni, hanno riaperto un dialogo a tutto campo fra di loro, per reclamare l'autogoverno toscano, il pieno controllo delle proprie risorse, contro le mostruosità del centralismo.

Sono intervenuti, fra gli altri:
Mauro Vaiani, il blogger di Diverso Toscana, fra gli organizzatori dell'evento;
Sergio Salvi, il noto studioso di cose toscane e toscaniste, che è un punto di riferimento per tutti gli autonomisti toscani;
Marco Di Bari, referente del movimento per la statualità della Toscana, fra gli organizzatori dell'evento; Augusto Càcopardo, il portavoce fiorentino del comitato del NO;
Mauro Aurigi, esponente storico del civismo senese, oggi consigliere comunale Cinque Stelle nella sua città;
Paolo Bonacchi, esponente pistoiese di area anarchica, da sempre impegnato per l'autogoverno delle comunità, al più basso livello possibile;
Toscano Redini, di Lucca, presidente dell'associazione Identità Toscana, esponente dell'area indipendentista toscana.

Da ricordare il saluto che Sergio Salvi ha voluto fare alla memoria di Piero Calamandrei, nel sessantesimo anniversario della sua morte. Salvi ha ricordato la celebre invocazione di Calamandrei alla nostra terra: Toscana, dolce patria nostra.

Qui potete scaricare un pdf che contiene gli spunti principali (anche musicali) di questo pomeriggio passato insieme.

Qui di seguito potete scaricare e vedere un bel contributo in rime toscane, arrivato ai comitati del NO da Lucca: o su Facebook, https://www.facebook.com/CDCToscano/videos/1098279006921292/ - o su Istella, http://www.istella.it/it/home/maurovaiani/document/detail?document_id=57e6f2962478196d219ced04.

Ricordiamo anche che a conclusione dell'incontro si è ascoltata insieme una bella canzone popolare di Nada, dal titolo "All'aria aperta" (dalla raccolta "L'amore devi seguirlo", 2016). Il brano è trascinante con la sua invocazione alla liberazione dell'anima, al coraggio, a una sana e lucida follia.


Sergio Salvi apre l'assemblea dei Toscani per il No del 24/9/2016


Intervento di Paolo Bonacchi all'assemblea dei Toscani per il NO del 24/9/2016




Da sinistra: Mauro Vaiani, Mauro Aurigi, Marco Di Bari
all'assemblea dei Toscani per il NO del 24/9/2016











mercoledì 21 settembre 2016

Toscani per il NO alla Casa del Popolo


Sabato 24 settembre 2016, alle 15.30, alla Casa del Popolo di San Bartolo a Cintoia, a Firenze (vicino all'Isolotto), si tiene una assemblea pubblica per il NO alla riforma Boschi-Renzi-Verdini, promossa dal Comitato Toscani per il NO.

Per capire come si arriva alla Casa del Popolo, si visiti il sito dell'istituzione. Per chi arriva in macchina consigliamo di parcheggiare ed entrare da Via Madonna del Pagano.

Interverranno Marco Di Bari e Mauro Vaiani, che sono fra gli animatori del comitato degli autonomisti toscani.

Saranno presenti e interverranno alcune delle nostre figure autonomiste toscane più significative: Sergio Salvi, Toscano Redini, Mauro Aurigi, Paolo Bonacchi.

Il prof. Augusto Cacopardo porterà il saluto del Coordinamento Democrazia Costituzionale, la principale rete italiana e toscana di comitati per il NO, promossa dall'ANPI e da altre organizzazioni sociali, sindacali e politiche.

Gli autonomisti sono impegnati in prima fila contro il neocentralismo che è la parte meno nota, ma non certo la meno dannosa della brutta riforma Boschi-Renzi-Verdini. Per comprendere la gravità dell'attacco alla repubblica delle autonomie e delle diversità italiane, si ascolti questa breve riflessione di Mauro Vaiani.

Vi aspettiamo numerosi.

Al termine dell'assemblea pubblica, intorno alle 17.30, alcuni leader dell'autonomismo toscano terranno una riunione organizzativa.


Una immagine della Casa del Popolo
di San Bartolo a Cintoia





domenica 11 settembre 2016

Abbiate fiducia in chi si informa




Abbiate fiducia in chi si informa.
Milioni di concittadini della Repubblica italiana stanno leggendo e documentandosi sulla riforma Boschi-Renzi-Verdini.
Esistono certamente quelli che, come ha dichiarato candidamente il ministro Orlando alla Versiliana recentemente, voteranno Sì perché credono nella opportunità di avere un centro di potere unico che decida rapidamente per tutti.
Credono in questa concentrazione e accelerazione delle decisioni e non sarà facile convincerli del contrario.
Molte di più, però, è evidente e sta emergendo anche dai sondaggi, sono le persone che stanno comprendendo quali sono i principali difetti di questa proposta nuova costituzione, che ci è stata imposta attraverso una impressionante serie di forzature politiche e regolamentari:
1) il governo potrà centralizzare tutti i poteri, ponendo fine alla repubblica delle autonomie;
2) il governo potrà imporre la propria agenda al parlamento;
3) il senato sarà un impotente e costoso dopolavoro, i cui membri saranno facilmente selezionabili dalla forza politica predominante nel paese;
4) se il dominio di una forza politica si prolunga, il presidente della repubblica, la corte costituzionale, gli altri organi di garanzia, potrebbero tutti essere selezionati fra figure deboli e asservite alla volontà del partito dominante;
5) è stata scritta così male, che la sua interpretazione sarà sempre arbitraria.
Davvero questa riforma porta l'Italia ad essere più simile alla Turchia, che alla Germania.
Questo dobbiamo continuare a ripetere, con semplicità, con fiducia, con i nostri poveri mezzi - come le biciclette del nostro flash mob di Firenze di ieri (nella foto) - che sembrano deboli nei confronti delle corazzate mediatiche dei sostenitori della riforma Boschi-Renzi-Verdini.
Avanti con fiducia, le correnti più profonde dell'opinione pubblica ci stanno ascoltando.








mercoledì 31 agosto 2016

L'illusione pericolosa del ritorno al centralismo



La maggior parte delle persone che applaudono al ritorno del centralismo ignorano semplicemente due fatti drammaticamente complicati, della storia e della vita.
Primo, se non ci fossero state le autonomie - tutte, anche quelle che sono o sono apparse maggiormente appesantite da sprechi e clientelismo - l'Italia sarebbe ancora più squilibrata e più ingiusta di quanto non sia oggi. La Calabria sarebbe ancora più desertificata; il Veneto molto meno ricco; la Toscana più cementificata; la Campania più inquinata; il Sutirolo e il Friuli sarebbero stati trattati come i Piemontesi trattarono la Sardegna, cioè come colonie; la Sicilia sarebbe sprofondata nella violenza mafiosa. I territori più ricchi sarebbero oggi ancora più ricchi. Quelli più marginali, ancora più abbandonati. Le disparità territoriali e le ingiustizie sociali di oggi ci fanno spesso dimenticare che, se non avessimo avuto consigli comunali, provinciali, regionali, eletti direttamente dalle popolazioni, per rappresentarle e in molti casi difenderle, le cose sarebbero andate molto, ma molto peggio. I pochi difetti della riforma del 2001, conducono troppe persone a sorvolare superficialmente sui grandi meriti di settanta anni di autonomismo e regionalismo, garantiti dalla Repubblica nata nel 1946 e poi sanciti nella Costituzione e negli Statuti delle autonomie locali.
Autonomismo e regionalismo che oggi, troppo avventatamente, persone che paiono totalmente ignare (o ignave) rispetto ai problemi della concentrazione geopolitica del potere, vogliono purtroppo spingerci ad abolire.
Secondo, ogni volta che si allontana dai diretti interessati l'amministrazione delle loro vite e del loro territorio, si generano automaticamente perdite di consapevolezza del contesto, della prospettiva e, cosa ancora peggiore, dei dettagli. Persino le organizzazioni che sono per loro natura gerarchiche e sottoposte al potere di pochi - banche, imprese, eserciti, chiese - studiano come decentrare al massimo compiti e responsabilità, per poter sfuggire a questa entropia della perdita di contatto fra i problemi e chi può effettivamente risolverli, perché li vive. Il centralismo è solo una illusione, quasi sempre pericolosa, per tutte le realtà umane. Figuriamoci se possono davvero funzionare in modo centralista e centralizzato le comunità politiche territoriali, fondate sulla libertà e sulla sovranità dei loro cittadini. Nessuna persona che abbia studiato un po' di geografia e di storia, può volere davvero che l'Italia sia governata come la Francia di ieri o la Turchia di oggi, semplicemente perché ci si è già provato e si è già visto come è andata a finire: i guasti del colonialismo, del nazionalismo, del fascismo, dell'industrialismo sono davanti agli occhi e sulle spalle di tutti gli Italiani.
Non è il momento di esitare.
Domani è già settembre.
Il referendum si avvicina.
Avanti, insieme, con serenità.Votiamo NO, per fermare il neocentralismo.

lunedì 8 agosto 2016

Il lato neocentralista della riforma


Un video in cui l'attivista e blogger Mauro Vaiani spiega uno dei lati meno noti e più pericolosi della riforma Boschi-Renzi-Verdini, la pericolosa deviazione neocentralista che essa contiene.



* * *

Qui di seguito il testo integrale del discorso, pubblicato da Pisa, in Toscana, l'8 agosto 2016.

Salute a tutte le persone che mi ascoltano. 
Sono Mauro Vaiani, il blogger e l'attivista di Diverso Toscana.
Vi parlo dalla Toscana, ma questo discorso è per tutte le persone che devono decidere cosa votare al prossimo referendum costituzionale sulla riforma Boschi-Renzi-Verdini. 
La riforma ha tanti difetti. Non è solo scritta male. 
Accentra veramente troppo potere nelle mani di pochi. 
Informatevi e fatevi una vostra idea. 
Sul sito LibertàToscana.Eu abbiamo pubblicato dei link a testi originali, commenti scientifici, prese di posizione critiche. 
Vorrei la vostra attenzione, però, su un punto della riforma che sui media non viene sufficientemente messo in luce. La riforma Boschi-Renzi-Verdini propone un neocentralismo che mette fine al regionalismo, alla repubblica delle autonomie, alla sussidiarietà. Si dissolve un antico sogno federalista che è stato tante volte tradito, ma che pure ha l'indubbio merito di aver riconciliato gli Italiani e di averci tenuti attaccati all'unità con tutti gli Europei. 
Sia chiaro che l'autonomia finanziaria e organizzativa dei comuni e delle regioni è sotto attacco da decenni, ma con la mentalità centralista del gabinetto del presidente Renzi, o di un ministro come Del Rio, gli enti locali sono ridotti a piatire soldi e permessi da Roma, con il cappello in mano, persino per il restauro di una scuola o per la realizzazione di una pista ciclabile. Si vogliono governare i territori italiani, che sono fra i più delicati, preziosi, fittamente abitati del mondo, con una serie di arroganti decreti “sblocca Italia” scritti nel chiuso delle cabine di regia di Palazzo Chigi. Non scriviamo in Costituzione questo dispotismo!
Non solo questa riforma Boschi-Renzi-Verdini toglie alle autonomie locali molte competenze. Non solo viene cancellata ogni previsione di reale federalismo fiscale. Non solo si dice a parole di aver fatto un “Senato delle autonomie”, che è privo di ogni reale potere e servirà solo come rifugio di trombati e imputati. C'è di più e di peggio. 
Nel quarto comma del nuovo articolo 117 della Costituzione, così come proposto dalla riforma, è stata addirittura inserita inserita una facoltà per il governo di fare leggi su tutto. Norme ultra-centraliste, nel nome di un vaghissimo principio di “unità giuridica o economica” della Repubblica, potranno passare come un rullo compressore sopra qualsiasi autonomia regionale e locale. Non c'è bisogno di tanta fantasia per capire che da ciò potranno derivare una serie di imposizioni dall'alto sulla testa delle comunità locali, dal ponte di Messina al deposito unico delle scorie nucleari, per esempio. 
Ora, starete pensando che queste norme centralizzatrici potranno essere fermate da una coalizione di rappresentanti regionali e comunali nel nuovo Senato. Sbagliato! 
Queste leggi centraliste, come dice chiaramente il quarto comma del nuovo articolo 70, saranno a prevalente competenza della Camera. Con la maggioranza assoluta dei membri della Camera, ogni proposta di modifica del Senato potrà essere ignorata. 
Ecco, questo potente meccanismo di centralizzazione del potere ora può essere fermato solo da un voto popolare per il NO. Un voto NO di fiducia nella cultura, nelle capacità, nelle energie dei nostri territori, delle nostre comunità, dei nostri movimenti civici, della nostra società civile, città per città, borgo per borgo, paesino per paesino. 
Vi sembrerà un po' forte, ma voglio dirlo: il neocentralismo italiano è un pericolo non solo per le nostre autonomie locali, ma per l'unità europea, per la pace nel Mediterraneo. Accrescere il potere di quelli che sono installati a Roma, finirebbe solo per renderli più arroganti e imprudenti anche in politica estera. E' una cosa che abbiamo già visto accadere sia in occidente, a Parigi, che in oriente, a Istambul. Invito tutte e tutti, quindi, a riflettere sui pericoli del neocentralismo. 
Dieci anni fa, nel 2006, tanti avrebbero voluto rafforzare le autonomie, ma la maggior parte disse NO al cancellierato proposto da Berlusconi. Oggi, nel 2016 ci viene proposto non un cancellierato, ma l'elezione di un podestà d'Italia e la cancellazione delle autonomie locali. Di tutte. 
Sono in pericolo sia le autonomie speciali che quelle ordinarie, sia quelle storiche e culturali, sia quelle economiche e sociali.
In passato siamo stati divisi, ma ora dobbiamo unirci, tutti insieme, da destra a sinistra, vecchi e nuovi movimenti, da nord a sud, dal Tirolo alla Sicilia, dalla Sardegna al Salento, con attaccamento, coscienza, onore, in una nuova unità popolare. 
Dobbiamo dire serenamente e gioiosamente NO a questa proposta, per difendere la nostra storia europea e le nostre preziose tradizioni e libertà.
Per testi e approfondimenti, visitate LibertàToscana.Eu
Grazie del vostro prezioso tempo e della vostra considerazione. 

Mauro Vaiani

domenica 7 agosto 2016

Contro il neocentralismo - approfondimenti


Segnaliamo qui alcuni studi per coloro che vogliono capire meglio e aiutarci a combattere il neocentralismo della riforma Boschi-Renzi-Verdini:

Stefano Aru
Dottorando di ricerca in Scienze giuridiche
Università degli Studi di Cagliari
La clausola di supremazia statale nel DDL di revisione costituzionale (Boschi-Renzi-Verdini)
Fonte: http://www.costituzionalismo.it, 2016

Tatiana Guarnier
Ricercatrice di Diritto costituzionale
Università di Camerino
Le leggi “a prevalenza Camera” (comprese quelle che attuano la clausola di supremazia) nel disegno di revisione costituzionale
Fonte:  http://www.federalismi.it/, 2016

Francesco Palermo
Università di Verona - Eurac, Bolzano
Diagnosi errata e terapia inefficace - Le Regioni nella riforma costituzionale
(Il nuovo Senato, una camera senza regioni)
Fonte: http://www.forumcostituzionale.it, 2015

Ultimo accesso a questi studi: 7 agosto 2016


Laura Ronchetti
Governo forte, regioni deboli
Quaderni del Forum Diritti Lavoro, n. 0, settembre 2016
Fonte: http://www.forumdirittilavoro.it/quaderni/
Ultimo accesso a questo studio: 14 ottobre 2016

sabato 6 agosto 2016

Come impedire ai cittadini di farsi una propria opinione


Attenzione!
I sostenitori della riforma Boschi-Renzi-Verdini, per impedire alla gente di leggerla e di capire cosa effettivamente essa contiene, ci bombardano con una serie di argomentazioni preventive, tutte capziose e strumentali: è da decenni che aspettiamo; meglio una brutta legge che nessuna legge; siamo stufi di essere contro a prescindere; volete dividere il nostro partito; volete la crisi di governo; ma che compagnia bislacca siete voi che avete dubbi, con Casa Pound, con il Salvini, con Brunetta, con i Cinque Stelle...
Abbiamo reso l'idea vero?
Fra tutti questi argomenti, il più scivoloso e pericoloso di tutti è quello di coloro che chiedono ora o promettono per dopo (dopo l'eventuale approvazione della riforma Boschi-Renzi-Verdini, ovviamente), un'altra "riforma della legge elettorale", per rimediare ai difetti dell'Italicum.
L'ennesima discussione sulla legge elettorale, insomma, come fumo negli occhi ai cittadini, per impedire alle persone di farsi una propria opinione sulla proposta di riforma.
Ci appelliamo non solo agli esperti e agli studiosi, ma a tutti i lavoratori e le lavoratrici del diritto, nei comuni, nella città metropolitana, nella regione, negli ordini professionali, nella magistratura, in tutte le amministrazioni pubbliche e private, locali e centrali, perché si mobilitino contro questa insensata avventatezza tecnico-giuridica.
Consentire l'approvazione di una legge costituzionale sbagliata, che concentra tutti i poteri a Palazzo Chigi, nella fallace aspettativa di avere una migliore legge elettorale - che è e resta una legge ordinaria - è la controprova dell'impazzimento del nostro ceto politico.
Dobbiamo ribadire con determinazione l'ovvietà che la elite al potere sta cercando di nasconderci: se si corrompe la Costituzione, nessuna legge elettorale ordinaria potrà risanarla.


Riccardo Nencini e Pierluigi Bersani
in una foto del 2013 (da Repubblica)
mentre maneggiano un busto di Garibaldi -
La si potrebbe definire una foto emblematica
dell'insostenibile leggerezza
delle loro posizioni politiche
(pro-riforma Nencini e tuttora incerto Bersani),
dell'avventatezza con cui maneggiano la Repubblica
(simboleggiata dall'eroe dei due mondi)




sabato 30 luglio 2016

Le ragioni del No - Kit da viaggio



Dobbiamo portare sempre con noi le tante ragioni che spingono cittadini di ogni estrazione e convinzione a dire no alla riforma Boschi-Renzi-Verdini.

Dobbiamo portarcele in viaggio, in vacanza, nel nostro vicinato, nei nostri luoghi di vita e di lavoro.

Ecco una piccola guida ad alcuni importanti link delle principali aree politico-culturali che stanno contribuendo alla riscossa repubblicana anti-centralista e anti-autoritaria:

- per coloro che credono nelle ragioni democratiche e autonomiste che sono già iscritte nella nostra Costituzione sin dalle origini, segnaliamo questo manifesto di Gustavo Zagrebelsky con ben 15 motivi per dire NO alla Boschi-Renzi-Verdini

- per coloro che hanno sperato nella rivoluzione federalista e liberista della Forza Italia della prima ora e delle Leghe storiche, questo importante appello con i 10 motivi liberali e moderati per il NO

- per coloro che seguono il movimento Cinque Stelle e l'impegno personale di Alessandro Di Batista per il NO, questa pagina dedicata alla loro iniziativa "Costituzione Coast to Coast"

- per i più studiosi, l'appello dei 56 costituzionalisti per il NO

Noi Toscani dobbiamo essere particolarmente fieri di avere acceso una piccola luce sul più grande pericolo contenuto nella riforma Boschi: la distruzione della repubblica delle autonomie.

Il nostro NO al neocentralismo ha fatto breccia, sia fra coloro che nel 2001 votarono credendo in un passo avanti verso il federalismo, sia fra coloro che nel 2006 votarono a favore della devolution, ma anche fra coloro che votarono contro il cancellierato di Berlusconi, timorosi di veder concentrato troppo potere nelle mani di un uomo solo al comando.

La riforma che voteremo verso la fine di questo 2016 distrugge le timide speranze federaliste del 2001 e del 2006 e concentra in un solo capo, in un solo partito, in una sola camera un potere non controbilanciato, paragonabile nell'Europa democratica di oggi, solo a quello di Erdogan in Turchia.

Grazie, NO.

sabato 16 luglio 2016

Una nuova unità toscana







In questa settimana tutte le raccolte di firme relative al prossimo referendum costituzionale sulla riforma Boschi-Renzi-Verdini si sono chiuse.
La convocazione del referendum non era in discussione, visto che era già stata chiesta dai parlamentari sia contrari che favorevoli, ma era utile che si potessero costituire ufficialmente dei comitati nazionali a rappresentare le diverse idee in campo.
I risultati ci rivelano quanto la nostra marcia sia in salita.
L'unica raccolta di firme popolare che è arrivata a superare le 500.000 firme richieste, è stata quella del governo, realizzata in poche settimane con l'aiuto di quei corpi intermedi (tipo la Coldiretti) che pure, in altri momenti, il renzismo più ortodosso ha tanto disprezzato.
Il comitato nazionale per il No ha raggiunto un numero importante di firme, oltre 300.000, ma ha sofferto tutti gli ostacoli alla partecipazione popolare che in Italia continuano a ingigantirsi.
Il No ha sofferto anche, riconosciamolo apertamente, del fatto che troppe persone dell'establishment della sinistra italiana (sindacale, associativa, politica) mentre a parole difendevano le ragioni del No, nei fatti hanno anteposto i propri interessi di parte e di partito.
Il comitato dei Radicali e di Fulvio Lanchester per il cosiddetto "spacchettamento" ha avuto ancora più problemi e, alla fine, non si sono trovati una manciata di deputati e senatori che appoggiassero una proposta politica che meritava di essere seriamente discussa - in parlamento, prima ancora che nelle corti.
Adesso dobbiamo aspettarci ancora altre difficoltà e altri colpi bassi, a partire dalla scelta della data per il referendum e dalla conduzione della campagna referendaria, sulla quale il governo Renzi-Boschi-Verdini ci ha già fatto capire che occuperà militarmente tutto lo spazio mediatico.
Incoraggiati dai sondaggi che ci rivelano che le persone stanno cominciando a capire i difetti della riforma, spetta a tutti i sostenitori del No costruire una nuova unità popolare e repubblicana fra chi non accetta la concentrazione del potere in un solo capo, in un solo partito, in una sola camera, nel solo stato centrale.
E' una scelta di cuore e di pancia, non solo di cervello.
Può arrivare anche alle persone più semplici, più indifferenti, più lontane dal civismo e dall'impegno civile.
Si parva licet, possiamo testimoniare che nel nostro piccolo comitato toscano di federalisti, autonomisti, indipendentisti, di ispirazione civico-liberale, laico-socialista, anarchico-libertaria, c'è molta determinazione.
E non solo, ci sembra che le ragioni del No trovino ampio ascolto in cittadini
di tutte - sottolineiamo TUTTE - le ispirazioni, tradizioni,  convinzioni politiche e condizioni sociali.


sabato 9 luglio 2016

Non di sola Costituzione




E' passata un'altra intensa settimana piena di ombre, ma anche con qualche luce.
La raccolta di firme per incardinare due referendum correttivi dell'Italicum, che si era naturalmente affiancata alle attività dei comitati per il No alla riforma Boschi-Renzi-Verdini, è fallita a un passo dal risultato finale. I due quesiti referendari, contro i capolista bloccati e contro il premio elettorale al partito unico, si sono fermati poco sopra le 400.000 firme.
Come alcuni sanno, non siamo fra quelli che condizionano alla legge ordinaria elettorale in vigore il proprio giudizio sulla riforma costituzionale, ma è chiaro che si tratta di una battuta d'arresto all'interno di un percorso di lotta contro le riforme neocentraliste.
In caso di malaugarata conferma della riforma costituzionale, perdiamo uno strumento tattico che ci avrebbe consentito di continuare a lottare contro la concentrazione del potere nelle mani di pochi.
Nello stesso tempo, prendiamo atto con soddisfazione che gli attivisti del No, anche attraverso un processo di autocritica rispetto alla propria organizzazione nazionale, si sentono investiti da maggiori responsabilità e sono più mobilitati che mai. Forse alcune realtà hanno risentito di un malinteso senso di lealtà verso il PD e hanno frenato, ma un chiarimento definitivo è ormai in corso.
Tutti ci aspettiamo che posizioni come quelle di Bersani e di Cuperlo si chiariscano.
In Toscana ci aspettiamo che una persona come Vannino Chiti sciolga le riserve che ha mantenuto sino a oggi.
Lunedì 11 luglio la rete toscana dei comitati del No, per esempio, si farà sentire. Le iniziative continueranno tutta l'estate.
Inoltre annotiamo che si moltiplicano i ricorsi giuridici contro l'Italicum e le richieste politiche di cancellarlo. Sempre sperando, ma questo lo aggiungiamo noi, nel necessario ritorno all'elezione diretta di rappresentanti locali in piccoli collegi, dove sia possibile alle comunità di scegliersi i propri deputati.
Infine, anche se ci rendiamo conto che non ci sono precedenti, né forse i tempi necessari, continuiamo a guardare con favore alle iniziative dei Radicali, di Fulco Lanchester, e di altri, per arrivare al cosiddetto "spacchettamento" del referendum. Sarebbe (stato?) davvero utile e necessario, arrivare a sottoporre al popolo quesiti diversi su diversi aspetti, relativamente indipendenti fra di loro. A malincuore, però, registro che le poche teste pensanti che si sono scherate per il Sì alla riforma, Stefano Ceccanti e Carlo Fusaro, non hanno tutti i torti: il parlamento ha votato una sola legge e quindi è inevitabile che si dovrà sottoporre al popolo un prendere o lasciare sull'intero articolato.
Purtroppo il plebiscito si avvicina.
Facciamoci trovare pronti, noi che intendiamo resistere alla svolta neocentralista.

venerdì 1 luglio 2016

Senza princìpi, resta solo l'ignoranza



Oggi è entrato in vigore l'Italicum, una delle leggi elettorali più problematiche e pericolose che sia mai stata scritta in questa povera repubblica, nata da un compromesso anti-politico e anti-democratico, che ha minato sul nascere l'esperienza del governo Renzi.
Alcuni di coloro che la hanno imposta al paese a colpi di voti di fiducia, sordi a ogni proposta di correzione, stanno discutendo se cambiarla in alcuni punti, in modo tale da guadagnare consensi al SI al referendum sulla riforma Boschi-Verdini.
Rilancio qui una preoccupazione che ho trasmesso alcuni giorni fa via Twitter a Michele Emiliano e a Oscar Giannino, due persone che stimo e con cui dialogo a tutto campo.Pensare di poter accettare una legge costituzionale, perché si sono ottenute alcune garanzie scritte in leggi ordinarie, è un pericoloso e spesso irrimediabile errore.
Occorre ribadirlo con forza, in questo paese dove sono al potere politici che, essendo senza princìpi, restano inevitabilmente prigionieri della loro ignoranza, lasciando noi tutti ordinari cittadini indifesi dalle conseguenze a lungo termine della loro insostenibile leggerezza.